Saturday 27th of May 2017

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Articoli psicosociali
presenza paterna e sviluppo psicologico del bambino PDF Stampa E-mail

Un tempo la donna aveva il compito di mettere “al” mondo il figlio e il padre quello di metterlo “nel” mondo, di insegnargli a vivere nella società.

La letteratura psicologica del secolo scorso si è quasi sempre soffermata molto più sulla relazione madre- bambino piuttosto che al sistema triadico madre-padre–bambino. Tanto meno si è interessata alla esclusiva relazione padre –figlio.

La Strange Situation (Ainsworth et al., 1978) è un esempio della prevalenza del focus madre figlio: i ricercatori si sono occupati dell'osservazione delle reazioni del bambino all’assenza della madre e alla sua ricomparsa in situazioni diverse in cui il bambino risponde esprimendo il proprio attaccamento secondo quelle che poi sono state classificate come i quattro stili di attaccamentoA-B-C-D.

Le suddette tipologie sono state poi correlate alle varie forme di psicopatologie dell’umore, alle fobie, ai disturbi di personalità e alle varie forme di dipendenze patologiche.
Gli stessi stili di attaccamento escludono il padre nella costruzione della base sicura di cui parlano Ainsworth, Blehar, Waters e Wall nei loro studi; il comportamento di esplorazione e di gioco è basato unicamente sulla fiducia/sfiducia nella disponibilità emotiva del caregiver identificato con la madre.

Altri psicologi illustri come Winnicott, la Mahler, la Klein hanno rivolto la loro attenzione allo sviluppo psicologico del neonato riconoscendo il padre talora come terzo che può influenzare, con la sua presenza o assenza, il clima relazionale in cui è immersa la famiglia ma lo studio del sistema famigliare è ancora sbilanciato sulla rilevanza del rapporto madre figlio e sulla qualità del rapporto ( si parla di madre sufficientemente buona, di seno buono/ seno cattivo..) . Tuttavia il padre resta come figura marginale che fa il proprio ingresso in una fase successiva dello sviluppo del Sé del figlio.

Gli studi moderni rivalutano il ruolo del padre sin dalla nascita ( talora perfino durante la gestazione ) giacché il padre influenza il clima familiare e incide sul benessere psicologico della madre. In merito è riconosciuto il ruolo del padre nella fase di allattamento in quanto è lui che conferisce per primo sostegno emotivo alla propria compagna e contribuisce ad un clima familiare armonioso e propizio per un accudimento positivo.

Il padre non è semplicemente la luce che illumina la diade madre-bambino ma è, assieme a loro, l'essenza di un quadro in cui ogni singola parte ha senso solo in relazione alle altre.

E’ interessante domandarsi se esista un istinto paterno pari a quello materno o se la paternità sia un apprendimento successivo che insorge con la genitorialità e che si acquisisce con la cultura di appartenenza.

Secondo alcune ricerche la paternità è un potenziale presente sul piano istintuale che risente e viene modellato dagli aspetti culturali.

Diversamente invece la pensava Erich Fromm (1956) secondo il quale nella paternità non vi sarebbe nulla di istintivo: si tratterebbe di un “rapporto spirituale”.

Secondo l’autore l’amore paterno, a differenza di quello materno, sarebbe subordinato all’appagamento delle proprie aspirazioni.

Margaret Mead (1949) parla della paternità come pura “invenzione sociale” la identifica quindi con un comportamento appreso a differenza invece della maternità.

Occorre a questo punto differenziare tra i due concetti di “ruolo paterno” e di“funzione paterna”.

Mentre il ruolo è definito da un contesto sociale e culturale determinante, la funzione, pur influenzata da fattori sociali nel suo espletarsi, […] è ciò che il padre sente di dover fare, è la sua risposta emotiva ai bisogni del figlio, è la disposizione interiore precedente all’esperienza, che tuttavia si attiva nell’esperienza. La funzione paterna è precedente all’esperienza e al ruolo, anche se normalmente si attiva in ambedue” (Brustia Rutto P., 1996 pg. 24).

Cosa accade quando un padre acquisisce un atteggiamento distanziante o rifiutante?

Le ricerche dimostrano che buona parte delle difficoltà relazionali ritrovano una connessione con una distanza affettiva dal padre, talora un rifiuto.

Interessante è un articolo pubblicato nel 2012 dalla rivista State of mind nella quale si espongono i risultati di ricerche focalizzate sul rapporto padre figlio e sui loro effetti.

Ronald Rohner e Abdul Khaleque, analizzando 36 studi in cui sono stati coinvolti più di 10.000 soggetti provenienti da tutto il mondo, hanno scoperto che i bambini, in risposta al rifiuto da parte dei genitori, non solo tendono a sentirsi più ansiosi e insicuri, ma risultano anche più ostili e aggressivi nei confronti degli altri. Il dolore del rifiuto tende a ripresentarsi in età adulta, rendendo più difficile instaurare relazioni sicure e fiduciose con i loro partner.

I risultati di ricerche svolte nell’ultimo decennio in psicologia e in neuroscienze rivelano che le parti del cervello che vengono attivate quando le persone si sentono respinte sono le stesse che si attivano durante l’esperienza del dolore fisico. Rohner afferma: “A differenza del dolore fisico, le persone possono psicologicamente rivivere il dolore emotivo del rifiuto più e più volte per anni”.

Quando si tratta l’argomento dell’impatto dell’amore di un padre rispetto a quello di una madre, i risultati provenienti da più di 500 studi suggeriscono che i bambini sperimentano l’influenza del rifiuto da parte del padre come superiore rispetto a quello della madre.

Un team di psicologi, provenienti da 13 nazioni che lavorano all’International Father Acceptance Rejection Project, ha sviluppato una spiegazione di questa differenza: i bambini e i giovani adulti tendono a fare maggiore attenzione a qualsiasi genitore che percepiscono avere una maggiore potenza interpersonale o di prestigio. Solitamente questo ruolo è relegato alla figura paterna, che da sempre svolge un ruolo fondamentale all’interno della famiglia. Non a caso tra i latini veniva annoverato col termine di Pater familias, inteso come il capo indiscusso di tutto il clan (parentado), a lui erano sottomessi la moglie, i figli, gli schiavi, le nuore. Su tutti aveva la patria potestas, potere che conservava vita naturale durante e che comportava amplissime facoltà insieme ad un potere punitivo che si estendeva fino al diritto di vita o di morte. Quindi, se un bambino percepisce suo padre come colui che ha maggior prestigio allora sarà proprio lui ad avere maggiore influenza nella vita del bambino, più di quanto potrebbe averne la madre.

Questa ricerche dimostrano la necessità di un coinvolgimento dei padri nella crescita della prole, riducendo, peraltro la tendenza molto radicata a colpevolizzare la madre nei casi di disagi comportamentali e di disadattamento infantile.

Peraltro va anche sottolineato come il padre è colui che simbolicamente rappresenta – entro il sistema famiglia- colui che istituisce le regole e dunque rappresenta l’istanza Morale . Freud parlava di Super Io ovvero di imperativo morale.

Questa Istanza o codice morale è la base per la coscienza etico –sociale che guida il comportamento e sostanzia le relazioni interpersonali.

La tendenza attuale sembra quasi delegare questa funzione alla scuola o alle istituzioni terze mentre la figura paterna si spoglia di questo ruolo.

Tale ruolo non significa attribuire al padre una funzione autoritaria e punitiva depauperando il ruolo paterno della dimensione affettiva. Piuttosto significa valorizzare il ruolo paterno assegnando il principale messaggio di guida nel mondo sociale.

Alcuni padri dimostrano notevoli capacità di provvedere anche a figli molto piccoli. Recenti studi dimostrano che i bambini che interagivano con i padri sin dal terzo mese , mostravano minori problemi comportamentali ad un anno di età rispetto a quei bambini che avevano padri più distanzianti. Questa connessione pareva più significativa per i piccoli maschi rispetto alle femmine, suggerendo che probabilmente i maschi sarebbero più sensibili alle modalità interattive del padre già a partire da pochi mesi di vita.

Le ipotesi generate da questi studi suppongono che possa trattarsi di una generale deprivazione attentiva e di accudimento a generare i disturbi del comportamento; oppure il comportamento problematico del bambino rappresenti il tentativo di sollecitare una reazione genitoriale come risposta alla mancanza di coinvolgimento del padre nell’interazione con il piccolo.

Questa crescente consapevolezza avvalorata dalle ricerche sopra riportate, sostengono la formazione del cosiddetto “padre partecipante”, cioè colui che si allontana dalla figura di padre padrone per creare con i figli una relazione fondata sull’affettività e sulla condivisione.

Ne deriva la costituzione di una figura paterna completa e arricchita che mantiene le proprie qualità maschili ma che si dimostra anche disponibile a prendersi cura dei propri figli in modo autonomo e responsabile (Andolfi, 2001).

Questa consapevolezza e attitudine che riconcilia il ruolo paterno e ruolo maschile nella società attuale favorisce il processo di separazione dalla madre e introduce il figlio ad un sano sviluppo del Sé attraverso il linguaggio logico, il pensiero razionale e il rispetto delle regole nelle relazioni sociali facilitando l’emancipazione dall’infanzia e il suo ingresso nel mondo adulto.

 
Ci separiamo, come dirlo a nostro figlio? PDF Stampa E-mail

Questo video nasce dall'esigenza di comunicare un messaggio diretto a quelle coppie e famiglie che sono in fase di separazione e che si trovano in difficoltà nel comunicare ai propri figli la decisione di separarsi.

Attraverso questo video fornisco un orientamento per affrontare le più comuni reazioni comportamentali ed emotive che solitamente caratterizzano le dinamiche familiari durante una separazione.

 






 
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Articolo pubblicato su Cult periodico di  attualità, costume,

moda, turismo e società

Nov. 2011

 

 
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DIECI REGOLE PER AIUTARE VOSTRO FIGLIO IN OSPEDALE

 1.Lasciategli esprimere liberamente paure, timori, curiosità. Non dire “ comportati da grande” o “ non devi piangere”.  Un bambino deve sentirsi accettato ed accolto, soprattutto se sta male.

 2. Usate positivamente il tempo trascorso con lui. Ridurre TV e video giochi, piuttosto riscoprite fiabe, giochi da tavolo,bambole e costruzioni.

 3. Non pretendete di fare tutto da soli. Il vostro benessere è importante e si riflette sul bambino. Amici, parenti e volontari sono disposti ad aiutarvi. Chiedete aiuto.

 4. Scegliete ospedali con reparti pediatrici e servizi educativi e di animazione. Evitate che il bambino sia ricoverato in un reparto per adulti.

 5. Siate coerenti e sinceri con vostro/a figlio/a. E’ meglio dire “non lo so” che inventarsi una falsità. Se siete dubbiosi su come fare chiedete aiuto.

 6. Fate portare a vostro/a figlio/a un oggetto da casa che gli è caro. Una coperta o un giocattolo. Disinfettate e pulite bene l’oggetto prima del ricovero e dopo.

 7. Durante il ricovero,fate assieme progetti per il futuro che siano verosimili e realizzabili. Per esempio programmate le vacanze estive o la visita a qualche parente.

 8. Facilitate la comunicazione con altri bambini. Gli altri pazienti e gli amici di casa e scuola  con risorse importanti per vostro figlio. Se i medici ve lo consentono, fatelo giocare con gli altri. Scrivete lettere alla classe o ai parenti, fate disegni o lavoretti da regalare.

 9. Chiedete informazioni e chiarimenti al personale sanitario quando avete la necessità e incoraggiate vostro figlio a fare altrettanto. Evitate appuntamenti in corridoio ma chiedete con fermezza un appuntamento preciso al medico se avete bisogno di parlare con lui.

 10.  L’ospedale è un luogo dove si va per essere curati  non è un punizione perché si è stati cattivi: non usate mai l’ospedale come una minaccia.

 

 

 
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Bimbi in ospedale: Emozioni e relazione

Le emozioni costituiscono lo strumento principale attraverso cui i bambini entrano in relazione con l’altro.

Il sistema delle emozioni, attivo già alla nascita, si affina evolvendosi lungo la crescita di un individuo e si correla significativamente con il contesto sociale e familiare in cui un bambino cresce. 

Questo aspetto emozionale riveste un significato particolarmente importante in un contesto ospedaliero in cui la cura psicologica va inserita nel processo di terapia dell’individuo. Un ospedale, in altri termini, che segua una buona prassi, deve occuparsi non solo della guarigione del corpo ma deve prendersi cura anche del mondo affettivo del degente.

Curare comporta impegno e fatica e può essere efficace o fallimentare, nel prendersi cura c’è sempre un aspetto vincente perché è focale la relazione.

La relazione sana le ferite ma soprattutto alimenta la fiducia, il sostegno, il coraggio che rinforza la terapia.

 Il pensiero di un medico è contagioso.Adesso tutto il piano, le infermiere, gli interni e le donne delle pulizie mi guardano nello steso modo. Hanno l’aria triste quando sono di buon umore; si sforzano di ridere quando racconto una storiella. E’ vero, non ridono più come prima.

( Eric- Emmanuel Schmitt “Oscar e la dama in rosa”)

 

Un altro aspetto particolarmente importante è anche la connessione tra le emozioni ed il pensiero ovvero la funzione codificatrice che hanno le emozioni nell’orientare la comprensione  degli eventi.

Emozioni e cognizione entrano in interazione anche nel bambino piccolo favorendo in tal modo l’integrazione dinamica delle funzioni psichiche e l’unitarietà dell’esperienza da parte del piccolo.

Un bambino che apprende di essere malato deve fare i conti con una repentina modifica dei propri ritmi di vita senza avere chiara consapevolezza della durata di questo cambiamento. Questo poi è particolarmente vero per bambini molto piccoli in cui la concezione del tempo differisce ed è strettamente connessa alla soddisfazione dei propri bisogni di base.

Secondo alcuni studiosi il percorso di sviluppo della malattia è influenzato da  due processi psicologici. E’ infatti noto che il vissuto di malato è connesso all’età del paziente, alle esperienze di vita precedenti sia dirette sia indirette, all’entità dei sintomi ed al grado di pervasività nella qualità di vita quotidiana.

Questi fattori determinano, così l’applicabilità di buone e cattive strategie di "coping" ovvero la capacità di fronteggiare lo stress, associata alla sicurezza personale e alle risorse sociali e familiari.

Questa competenza si acquisisce nel corso della vita. Inizialmente, gli strumenti cognitivi disponibili consentono al bambino soltanto una parziale presa di coscienza della condizione di malattia.

Isabell Allende così definisce il vissuto associato alla malattia della figlia Paula:

 "Sono una zattera senza timone in un mare di pena…. Non sono più la stessa donna…. Ho avuto l'opportunità di guardarmi dentro e di scoprire quegli spazi interiori vuoti, oscuri e stranamente tranquilli, che non avevo mai esplorato prima".

 Questa descrizione indica il modo in cui la malattia è un'importante esperienza conoscitiva, in quanto consente di sperimentare il confronto con il "limite" e la "finitudine" dell’individuo; elicita emozioni contrastanti all'interno del Sé,  permette di sperimentare l'accudimento, la compassione e l'empatia; paradossalmente diventa un'opportunità di maturare.

Questo vale tanto nell’adulto quanto nel bambino: la crescita psicologica può essere definita come la ricerca del significato dell'esistenza, che inevitabilmente passa attraverso l'integrazione di tutte le sue dimensioni.

Se nell’adulto il recupero culturale della malattia comprendela restituzione del significato e del valore della vita nella sua globalità, nel bambino consente la maggiore consapevolezza delle proprie emozioni che vengono veicolate attraverso il corpo.

E’ infatti noto a chi lavora negli ospedali e nei centri di cura in generale, come bambini con esperienza precoce di malattia e terapia, abbiano una maturità più spiccata dopo un lungo percorso di cura.

 
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